18/07/2013

Con il loro primo album ufficiale i laziali Aemaet lanciano più di uno sguardo sulla contemporanea scena post-punk. Lo fanno con un approccio molto deciso, vicino ad ambienti alternative rock per inclinazione, ma arricchito da contaminazioni darkwave e gothic-metal che ne accentuano maggiormente il suo lato più oscuro. Ad una base strumentale solida ed aggressiva, si contrappone dunque il romanticismo e la malinconia delle linee melodiche.

Le dieci tracce di “Human quasar” identificano molto bene quelli che sono pregi e difetti del gruppo. L’inizio è molto promettente. “Vetus ordo seclorum”, “The Iconoclast” e “Demons of dawn” colpiscono nel segno con il loro groove immediato, in equilibrio tra chitarre taglienti ed un intelligente utilizzo dei synth. Stesso discorso per la più introspettiva “A Boy Called Hermes”, sofisticata ma convincente ballata semi-elettrica. E’ il cantante Cristian Suardi che più di tutti riesce a catalizzare l’attenzione di chi ascolta. Un timbro vocale cupo ed uno stile sempre elegante, un po’ alla Morissey, un po’ alla Dave Gahan, sono i punti focali di una performance ottima. Se come prima anticipato l’apertura è incoraggiante, il resto del disco non riesce a mantenersi sugli stessi livelli. Salvo qualche sussulto (“Andy The Mothman”), la scrittura si scopre essere un po’ piatta e le sonorità proposte troppo referenziali a diverse band. Vengono in mente i Depeche Mode, gli Him ed anche un pò i Nine Inch Nails. Questi i limiti maggiori che gli Aemaet devono cercare di superare per poter fare un salto di qualità nel song-writing. Piccole lacune che senz’altro potranno essere colmate col tempo.

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