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RECENSIONE
07/09/2015

Su queste nostre pagine virtuali, la recensione del loro primo album, del 2012, si concludeva così: “un lavoro buono solo a metà. Di solito in questi casi si aspetta l'album successivo.”
Ed ecco, a distanza di tre anni, ritornare gli AudioGraffiti con un lavoro, se paragonato all’esordio, sorprendentemente maturo e convincente. La band, emancipatasi dalle strade abusate del rock degli inizi, intraprende un cammino tutto personale su un terreno tanto impegnativo e sdrucciolevole quanto, per chi –come loro, lo dico già da ora- lo percorre con passione e competenza, meritevole di attenzione e apprezzamenti.
Sin dalla intro, la band chiarisce la cifra stilistica e la direzione dell’intero album, aprendo con delle percussioni e dei canti africani, in un crescendo ritmico pulsante ed ossessivo, nel quale, brano dopo brano, si respira quasi il sudore che scende sui visi dei musicisti, si sente vibrare il loro feeling, metà fatica e metà sensualità, sicuramente sentimento. È l’esplosione di una bomba di groove ed eleganza. È jazz, è rap, è blues, è funky, è la voce maschile che si intreccia con quella femminile, è la sezione fiati, è la percussione, è il basso che muove l’universo. Tutto fila liscio e perfetto, come una parabola, o un arcobaleno. “Black Rainbow”, appunto. È il “get to the one” del funky, che collega i ritmi dell’Africa occidentale al sound contemporaneo di D’Angelo, passando –e qui cito le influenze più chiare della band- per il bebop di Charlie Parker, la jazz poetry militante di Gil Scott Heron e dei Last Poets, il jazz sporco di Herbie Hancock, certo rap à la De La Soul e l’acid jazz di Galliano e Young Disciples.
Eredità pesanti, spesso pesantissime, con le quali gli AudioGraffiti hanno deciso di confrontarsi, ma, ed è quello che in modo limpidissimo emerge da quest'album, senz’altro le loro spalle sono abbastanza larghe e forti per poterle reggere.

Tracklist

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