18/04/2004

Quarto disco per i milanesi Delta V, e forse il più bello (ma è dura la lotta coi precedenti “Psychobeat” e “Monaco 74”). La musica si muove sui consueti binari di una raffinata pop dance di marca elettronica, in cui i Delta V sono maestri: meno discotecari dei Subsonica, con una dimensione più da club inglese. Molto interessanti i testi che rivelano quasi un concept, per di più, essendo le canzoni legate l’una all’altra dalla narrazione di una rovinosa storia d’amore, probabilmente autobiografica. Si spiega così la necessità di titoli ammiccanti alla tradizione italiana, come “La costruzione di un errore”: trattandosi di un amore destinato a finir male la parafrasi del brano di Ivano Fossati illumina di un pessimismo esistenziale i rapporti sentimentali. E non è un caso che si tratti del brano che apre il disco e la vicenda. La storia inizia in medias res, con un perdono che forse andava evitato: comincia un percorso difficile, una inevitabile discesa nell’abisso. La cover di “Prendila così” di Lucio Battisti e Mogol (meglio dell’originale, checché ne pensino i puristi) cade a pennello, con il dialogo fra i due amanti che si distaccano, con nostalgia e fatica: “E siccome è facile incontrarsi, anche in una grande città / e tu sai che io potrei purtroppo, non esser più solo, / cerca di evitare tutti i posti che frequento / e che conosci anche tu, / nasce l'esigenza di sfuggirsi, per non ferirsi di più”. È una fotografia: esattamente come quando finisce una storia e una canzone pare narrare esattamente la situazione che si vive. Vedersi con qualcun altro dà solo “Il senso falsato di un mondo migliore”, tra tentennamenti e rimpianti. L’esistenza si trascina in una serie di gesti quasi meccanici e ipnotici (“hai mai provato a contare / i passi del tuo camminare / … / sentire che le gambe e i piedi / si muovono senza di te”), mostra “Mani chiuse”, prossimo singolo, dal grande tiro, che cita “Pugni chiusi” dei Ribelli di Demetrio Stratos, anno 1967, che guardacaso recitava così: “Pugni chiusi non ho più speranza, / in me c'è la notte più nera”. “In picchiata” racconta la più cupa disperazione, giornate passate chiuse in casa, senza farsi trovare: non a caso il remix “In picchiata (home sweet home)” posto al cd fa sfilare sulla base una serie infinita (9’46”!!) di messaggi in segreteria telefonica di amici di Carlo Bertotti.

Allo stesso stato d’animo è dedicata “L’alba ogni mattino”, in cui l’amore muore tra i ricordi: “Quello che sento muore dentro una stanza” cita “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, ancora una volta ribaltando il significato della fonte. “Frammenti”, “Via da qui” e “Se mi senti” rovistano nel guazzabuglio del cuore e nell’incomunicabilità fra i sessi senza un filo di retorica. “Moto d’insoddisfazione personale” getta le basi di una rinascita personale: “modificare il mio punto di vista / potrebbe darmi tempo di cambiare idea / … / perfezionare un pensiero migliore”. “Due giorni” è la conclusione amara del percorso (“Io posso sparire, so come sparire”) che contrasta con la grandissima ariosità dell’arrangiamento. Una storia così lascia strascichi. E i remix pare scavino, rimestino nel torbido rimasto. La vera chiusa è il breve commento di piano della traccia fantasma. Disco ambizioso questo. E scommessa perfettamente riuscita. I Delta V si confermano come una delle più belle realtà della musica italiana, forse sottovalutati dal pubblico alternativo come da quello mainstream. Si fosse in Inghilterra si griderebbe al miracolo. Ma si sa, altro è l’Italia.

Tracklist

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