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RECENSIONE
15/02/2005 di Antonio Rettura

"Il Parto" è un'opera venuta alla luce dopo un periodo di profonda crisi per la formazione calabrese. Dopo dieci anni di intensa attività la band ha vissuto un tempo nel quale si è fermata per capire se c'erano ancora le motivazioni per le quali valeva la pena continuare il viaggio. L'ovvia risposta è che Il Parto delle Nuvole Pesanti c'è ancora, con un disco che si può veramente definire della maturità, proprio per il fatto che nasce da uno stato di smarrimento e crisi – intima e personale, oltre che "di gruppo" - che richiede necessariamente una intensa riflessione per giungere ad una sintesi positiva del genere. E questo tipo di genesi ha di certo influito nel caratterizzare l'opera con uno stampo più cantautorale e riflessivo rispetto alle precedenti.

Una delle prime cose che salta all'orecchio è l'abbandono del dialetto nelle liriche, scelta che intacca solo minimamente la meridionalità dell'ensemble calabro. Allo stesso modo colpisce sin da subito l'estrema cura e raffinatezza degli arrangiamenti – in cui è presente lo "zampino" di Roy Paci ed Enrico Guerzoni -, merito anche dell'enorme schiera di special guests (davvero troppi per citarli tutti!) accorsi a dare colore e apertura ad un'opera che per certi versi si può definire corale. Ecco quindi comparire lungo il percorso dei brani vecchi amici, compagni di strada, nuovi incontri.

Ad aprire il sipario sono le note del pianoforte di Paolo Jannacci in "Onda Calabra" (già colonna sonora del film Doichlanda), nella quale il beat elettronico è affidato ai programmi di Marco Messina dei 99 Posse. Come detto in precedenza, è l'apertura stilistica ciò che caratterizza veramente "Il Parto": un'ampia visione che si esprime anche attraverso una variopinta scala di moods: c'è la festa, come nel "vortice" de "L'imperatore" alla quale accorrono a dar manforte le voci del folksinger Davide Van de Sfroos e della giovane Claudia Crabuzza; fino ad arrivare alle note "larghe" del piano di Pasquale Morgante in una "Cantare" talmente malinconica che l'armonia potrebbe essere opera di un Fossati lasciato a pensarsi addosso davanti il pianoforte. Fra questi due estremi vive "Il Parto", danzando fra mille sfumature.

Sono presenti inoltre due omaggi: il primo è un affascinante "Ognuno è libero" di Luigi Tenco riproposto in odor di tarantella; mentre "La guerra di Piero" è una interessante rivisitazione in chiave etnica del celebre brano dell'indimenticabile Faber.

In definitiva si può affermare che Il Parto delle Nuvole Pesanti ha saputo vincere la scommessa della sopravvivenza artistica reinventando in parte lo stile che ha caratterizzato la band nel suo primo decennio di storia, approdando ad un genere etno-autorale raffinato, tra il malinconico e il festoso, il meditativo e il burlesco. Sicuramente uno dei lavori migliori che Il Parto ha dato alla luce.

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