25/09/2017

A metabolizzare il dolore bisogna essere bravi. Si potrebbe pensare che non servano capacità particolari, che soffrire soffrono tutti, un po' come mangiare, bere o dormire. Certo, soffrono tutti. Ma è la metabolizzazione del dolore che divide le persone.
Ghemon sa soffrire. O, perlomeno, gli viene bene. Non sono certa che per lui possa suonare come un complimento, ma giuro che lo è. Se avete letto l'intervista di Sandro Giorello, saprete che Ghemon non nasconde che la spinta per la scrittura di "Mezzanotte" sia venuta proprio dal dolore. Un dolore forte che lo ha per certi versi abbattuto e in molte cose ha fatto sì che dovesse ricominciare da zero. Tutto questo è evidente nella scrittura del disco, che emerge subito per una forma canzone più matura, meno “rappeggiante” e più armonica, più classica, se vogliamo, ma che nasconde una maggiore consapevolezza. Ed ecco la prima prova che Ghemon a metabolizzare il dolore è uno bravo.

Una faccia triste non è necessariamente più interessante. "Mezzanotte" è inevitabilmente un disco dalle cromie cupe, ma non tiene una posa, va a fondo. Non cede alla ballata sdolcinata, alla nostalgia gnegnosa, ma sfoga la rabbia e il dolore come lo farebbe una corsa fino all'ultimo respiro.
La produzione del disco è ricca, fortemente melodica e senza dubbio legata (ora forse più che mai) alle sonorità d'Oltreoceano. Sono piene, serpeggiano tra un r'n'b che riempie gli spazi e che impreziosisce il cantato di Gianluca (non sempre impeccabile e forse ancora in parte piegato all'hip-hop) con pianoforti, chitarre, batterie e bassi rotondi ma che a volte sanno diventare pesanti quasi a comunicare in maniera più efficace quello che dicono i testi.
Ecco, i testi. Sono questi a dimostrare quello che è passato nella testa e nel cuore di Gianluca in questo anno e mezzo di scrittura di "Mezzanotte". Rotture, traslochi, odio, depressione, preoccupazioni, solitudine. Senza paura, nonostante il peso di tutto questo, Ghemon lo mette in musica, per raccontarsi “perché non potrebbe fare altrimenti”, per salvarsi e – inconsapevolmente – per salvare chi lo ascolterà. Ma in "Mezzanotte" c'è anche la sensualità e l'erotismo, complessi da rendere in italiano, nonostante il genere sia forse tra i più adatti. Per questo i risultati non sono sempre eccezionali (sentire parlare di fondoschiena e seni che si strusciano non può che strappare un sorriso, piuttosto che un brivido).

In "Mezzanotte" c'è anche tanta vertigine. Quella vertigine che prende quando ti rendi conto che stai su un filo ma che forse, in fin dei conti, sai tenere l'equilibrio. Apri gli occhi e ti accorgi di saperci stare, lassù, e che sei tu quello lì che tutti guardano dal basso. Sì Ghemon, sei tu quello lì. Dopotutto lo hai capito anche tu che “è bellissimo rilassarsi nel pericolo” ("È bellissimo").

Il percorso di Ghemon è dunque composto di un nuovo tassello, fatto di consapevolezza, durezza ma anche di maturità, eleganza e voglia di crescere ancora. Forse non tutti saranno d'accordo nel vedere in questo percorso dei tratti simili a quelli di Tiziano Ferro. Certamente diverso, meno enfatico e decisamente meno pop e nazionalpopolare. Forse più più autonomo. Ma ugualmente aperto nelle sue produzioni, altrettanto umile nel volersi cimentare in cose nuove e sfidare se stesso in prove più complesse. Come la vita ti chiede di fare. Lo dimostra in "Non voglio morire qui" (forse il pezzo più bello del disco), "Impossibile", "Temporale", "Mezzanotte", "Dentro le pieghe".
Non tutti sanno soffrire, dicevo. Non tutti sanno prendere dalla sofferenza quello che serve per non piangersi addosso ma per passare allo schermo successivo. Ghemon sì, sei tu quello lì.

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La recensione Ghemon - Recensione - Mezzanotte di Teresa Bellemo è apparsa su Rockit.it il 17/08/2019

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