17/12/2012

C'è che se nasci con dentro gli occhi i riflessi della rugiada e il tonfo degli alberi secchi che cadono giù al fiume, certe cose non puoi proprio evitarle. Ed è così che i Mamavegas, dopo quattro anni passati a distillare note e rubare f(r)asi da quello spettacolo che è la Natura rigogliosa e selvaggia, vanno incontro a questo primo disco con la stessa dose di grazia e sentimento che solo in pochi. Nasce tutto lì, tra i passi di montagna e le vallate, e tutto lì ritorna, come in un sentiero eterno che disconosce sempre le vie per l'ultima scalata.

"Hymn for the bad things" o, più semplicemente, undici canzoni come undici fiori raccolti su un crinale steso alla mercè delle intemperie. Sarebbe stato facile giocare al rialzo su quel topos ormai consolidato di neo-folk che suonava sui primi tre EP. Invece, come accade sempre quando dentro esplode l’uragano, si è sentito l’impellente bisogno di fare piazza pulita dei dubbi e rimettersi in totale discussione. Non deve essere stato facile, partire da un’idea nata in seno a un evento luttuoso, e poi costruirci d’intorno, con lo sguardo pronto a perdersi in mille direzioni, un viaggio di quella che è una lente all’incontrario dove scorgere la faccia altra delle emozioni.

Un percorso circolare che si snoda su tappeti di chitarre e vorticose aperture di spazio, e una voce che, con la misura giusta dell’empatia, si fa carico di esorcizzare tutto l’ammasso di paure, fantasmi e buchi neri connaturato al carico emotivo di questi pezzi. Il post-rock come, ancora una volta, luogo dell’anima, dal quale prendere le mosse, passando per i rimandi nordici di band seminali come Broken Social Scene e Death Cab For Cutie, planando su un continuo flow di storie e pensieri, che trovano la propria linea di confine solo nell'istante esatto in cui ci si scioglie e si cade nella morsa dell'istante successivo. Un album forte, con una sua identità precisa, prima che una semplice somma di canzoni. Che per giunta, nel 90% dei casi, potrebbero tranquillamente andare ad occupare le caselle delle vostre playlist di fine anno, per come sono singolarmente concepite, spiraliche, un continuo gioco a tagliare ed infettare le proprie radici, spiazzando ad ogni curva. Da "Mean and Proud", messa in apertura come dichiarazione di suoni e d'intenti, a "Sooner or Later", bellissima in quell'incidere che stringe nei vuoti dell'assenza, o "The Stool", che quando toglie la testa fuori dall'acqua è un'epifania di glockenspiel e colori, fino a "Tales from 1946", il pezzo più rotondo e potenzialmente deflagrante.

E così, senza il bisogno di urlarlo a voce alta e di tentare la faciloneria gratuita, questo "Hymn for the bad things" suona come un disco necessario e pronto a brillare di luce propria. Una delle cose meglio riuscite dell'anno, che trasporta i Mamavegas, in attesa della definitiva controprova live, su quello stesso asse di valori e coordinate che in passato vedeva protagonisti gente come Giardini di Mirò, Yuppie Flu, piuttosto che Julie's Haircut o Canadians. Aspettando che anche la distribuzione Rough Trade, possa farne esplodere oltreconfine le gesta, non resta che premere play e capitolarne, sopra una qualsiasi suggestione di melanconia e natura, per l'ennesima volta.

Commenti (1)

  • mandriano 19/12/2012 ore 09:02 @mandriano

    "che in passato vedeva protagonisti gente come Giardini di Mirò, Yuppie Flu, piuttosto che Julie's Haircut o Canadians"

    "piuttosto che" diverso da "oppure", argh! vogliamo smettere di perpetrare quest'obbrobrio linguistico? comunque visti live (anche se sono arrivato a live set piuttosto inoltrato), mi son sembrati più un gruppo "hm, si, interessante... si... bravi... roba fatta bene, eh" PIUTTOSTO CHE ( :D ) un gruppo di cui innamorarsi, ma mi riservo di rivederli live e di riascoltarmi il disco

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