< PRECEDENTE <
RECENSIONE
25/09/2012

La tentazione so che è forte, ma se becco ancora le vostre mappe mentali ad associare gli anni '90 a Take That, All Saints, Backstreet Boys, o ancora peggio, vaneggiare collegamenti bizzarri nominando l'eurodance, giuro, che come punizione vi mando a fare i sudditi in Inghilterra, a spalmare olio di cocco a Elton John, a imparare tutte le coreografie delle canzoni delle Spice Girls. Per i più recidivi: terapia di gruppo con Céline Dion e Cher.

Quando con la mente si ripercorre questa decade non ci devono essere tentennamenti o strafalcioni di alcun tipo. Gli anni '90 sono: Weezer con il Blue album, Smashing Pumpkins con “Mellon Collie and the Infinite Sadness”, Pixies con “Trompe le Monde”, My Bloody Valentine con “Loveless” e i Pavement con “Wowee Zowee” (sì, potete aggiungere anche un po' di grunge e post-rock). Se per malasorte vi vengono pensieri peccaminosi, correte subito ai ripari: fate partire “No Destination” dei Worlich.

Quarantacinque minuti studiati appositamente per teletrasportarci nei solchi più soddisfacenti di quel rock passato senza tempo. Perché questo disco arriva proprio da lì, fuoriuscito da un varco spazio-temporale, che lo ha esiliato nell'epoca: stare tutto il pomeriggio catatonici davanti a Mtv, solo per aspettare il video “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana.

L'estetica generale del disco la possiamo cogliere già con le prime tracce (“Majorette”,“Moon”): giri di basso pieni alla Kim Deal, voce suadente alla Billy Corgan, chitarre grevi alla Scott Kannberg, che lasciano spazio anche a trame più rarefatte alla My Bloody Valentine. Tutto tradotto con un codice sonoro che tende all'equilibrio informale, trasognante, a tratti decadente, cupo, costantemente elegiaco.

Non è l'ennesima “operazione nostalgia”, assonanze e differenze che concedono a “No Destination” una propria identità distintiva ci sono. Il leggero tocco lo-fi - l'album, infatti, è stato interamente registrato e prodotto da Nicola Serafini, cantante-chitarrista - che riscatta le 10 tracce da troppa leziosità compositiva. Pezzi come “Bending Around Obstacles Like an Ocean”, “Winter Comes Again” riescono a sfiorare con una delicata semplicità, scenari che ammiccano al folk, donando la giusta freschezza all'economia del disco. Riuscitissima anche la ballata “Sugarbones”, perfetta dicotomia fra tensione ed estensione emotiva.

Sicuramente un buonissimo lavoro, dall'eleganza internazionale, fruibile da un vasto pubblico, non da 110 e lode, certo, alcune piccole sbavature sussistono (passaggi in alcuni casi troppo forzati, dove il groove non si riempie e svuota con precisione), ciò non toglie che è un disco che consiglio vivamente. Appuntatevi il loro nome nella lista dei gruppi da monitorare.

Commenti (1)
  • Nicola Serafini 25/09/2012 ore 11:34

    Grazie mille per la recensione!

    > rispondi a @worlich
Aggiungi un commento:

ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati
> PROSSIMA >